Cimitero degli orrori. Pochi indagati per troppe domande. «Dove verseremo le nostre lacrime?»

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Monreale, 28 maggio 2018 – «Che tutto doveva trasformarsi in orrore non lo avremmo mai pensato», ci ha confidato una signora, che ieri mattina è andata al cimitero di San Martino delle Scale per scoprire se ci fosse ancora la tomba del proprio caro defunto. Si celava un sospetto dietro alle parole dei residenti di San Martino e delle persone che lì avevano seppellito i propri congiunti. Nessuno però parlava. Il dolore per la perdita di una persona cara era troppo forte e pagare 5000 mila euro per vederla sistemata in un cimitero era quasi una consolazione.

Pochi indagati per troppe domande. Interrogativi che lasciano molte perplessità e a cui dovranno trovare una risposta i magistrati che indagano sul caso del camposanto di San Martino delle Scale, da decenni divenuto regno dei Messina. Non si muoveva foglia dentro qual cimitero senza il loro placet. Secondo gli inquirenti, senza alcuna pietà, la banda, fermata il 26 maggio dai carabinieri di Monreale, non si faceva scrupoli a far sparire nel nulla i cadaveri contenuti nelle tombe non più visitate. Le ossa venivano infatti disperse nei terreni del cimitero, infilati nelle intercapedini delle tombe gentilizie, distrutte insieme alle casse da morto. A San Martino delle Scale, e non solo, tutti sapevano o, almeno, tutti sospettavano che dietro a quella continua disponibilità di posti per i morti ci fosse qualcosa che non andava. Tutto si poteva pensare, tranne che le salme facessero quella fine orripilante.

La raccapricciante storia della banda del cimitero degli orrori è tutta raccontata all’interno di novecento pagine di ordinanza del gip Fabio Pilato, che ha accolto la richiesta di misure cautelari per 5 persone, accusate di una moltitudine di reati, tutti legati all’obbiettivo finale: fare “piccioli” dalla compravendita delle sepolture, che venivano via via liberate dalle bare. Se all’interno dell’ordinanza vengono descritti nel dettaglio i fatti che accadevano nel cimitero, non è chiaro come mai l’indagine dei carabinieri sia nata solo nel 2015. Il 9 novembre 2015 Umberto Paluzzi, ex abate del monastero dei Benedettini, denunciava e segnalava ai carabinieri situazioni poco chiare nel cimitero. L’abate contestava il ruolo di Giovanni Messina, che aveva strappato la gestione del camposanto all’abbazia. «Per quanto è in mia conoscenza, da oltre cinquant’anni lo stesso (Giovanni Messina ndr) se ne occupava, tanto che anche il mio predecessore, padre Salvatore Leonarda, iniziava a lamentarsi di una pesante ingerenza da parte del Messina ma a causa delle sue precarie condizioni di salute, che poi lo portarono alla morte, non riuscì a trovare soluzioni ai problemi». Paluzzi era stato preceduto da Michele Musumeci, ex parroco finito sotto la lente d’ingrandimento degli investigatori e indagato.

Quello che appare inspiegabile è che non ci siano state altre persone che non abbiano denunciato in precedenza, soprattutto tra chi frequentava l’abbazia, gli impiegati del comune di Monreale. Ieri mattina, in seguito alla notizia degli arresti, decine di persone si sono presentate dietro ai cancelli del cimitero. Sono molte le perplessità dei parenti dei defunti che vi sono sotterrati. «San Martino è peggio dello Zen – ci dice una signora – e si sono fatti i bagni perché siamo lontani dal centro. Chi deve venire a controllare qui?».

Nessuno era a conoscenza dei misfatti messi a segno dalla banda? Eppure quando non si sapeva dove seppellire il proprio caro, tutti sapevano che a San Martino c’erano i posti sempre a disposizione in un cimitero saturo già da moltissimi anni. «C’erano minimo 100 foto, sempre diverse, nella tomba di mia madre», ci confida un’altra signora. «Un pomeriggio sono arrivata – racconta un’altra donna – e trovai una bara aperta senza il morto dentro. La data della morte di quella persone era recente». «Da mio nonno dovevano esserci 4 loculi, oggi ci sono invece 86 foto di persone morte. Abbiamo comprato il posto, c’erano solo 4 posti disponibili ma passavano i mesi e le foto dei morti crescevano a dismisura», racconta un’altra parente di un defunto sotterrato a San Martino.

Sul fatto che i Messina facessero il bello e il cattivo tempo, oltre alle indagini dei carabinieri, arrivano le conferme anche della gente della frazione. «Una volta Giovanni Messina allestì anche una bancarella all’interno del cimitero – ci racconta un residente di San Martino -. Per lui era solo un business. Lui è sempre stato qui». In effetti Messina frequentava il cimitero già da anni. «Non abbiamo mai parlato con un prete – ci conferma un uomo -, mio padre è morto da 23 anni e 23 anni fa parlai con Messina». Quali erano le tombe profanate? Quali defunti sono spariti dal cimitero? A sparire, con molta probabilità erano i defunti storici e quelli a cui nessuno più portava un fiore da anni. I defunti di San Martino potrebbero essere stati risparmiati dalla cricca. «Circa 5 anni fa ho voluto vedere dov’era seppellito mio padre – ci racconta un uomo della frazione -. Ha aperto la botola e ho visto che c’era la cassa di mio padre, l’ho riconosciuta. Sono convinto che a mio padre e a mia madre non li ha mai toccati».

Tra tutte, una domanda resterà senza risposta ancora per molto tempo. L’interrogativo ce lo pone una signora in lacrime: «A chi abbiamo portato i fiori? Dove abbiamo versato le nostre lacrime?».

Intanto domattina dovranno rispondere alle prime domande Messina Giovanni, il figlio Salvatore, il nipote Salvatore, AntoninoCampanella e Erminia Morbini, convocati per l’interrogatorio di garanzia.

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