La guerra dell’infermiera Fabiola Lo Coco, da Monreale a Parma combatte il Covid-19

Il suo impegno quotidiano nel reparto Covid dell'Ospedale Maggiore di Parma

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Una monrealese in trincea. È Fabiola Lo Coco, infermiera in prima linea nel reparto “Covid” dell’Ospedale Maggiore di Parma. Ha vinto un concorso “sognando l’indeterminato” e da un anno e mezzo si trova in Emilia Romagna, dopo aver “lasciato a Monreale il cuore e la famiglia”. Da circa un mese il reparto in cui lavora accoglie pazienti positivi al Covid-19.

Da un momento all’altro Fabiola si è trovata, assieme ai colleghi, catapultata in un contesto inedito. Tutto è cambiato in modo repentino. In un attimo è iniziato il flusso continuo di pazienti positivi al virus. “Non ci aspettavamo tutti questi contagi e siamo tutti molto preoccupati per quella che è la salute dei pazienti – ci racconta Fabiola Lo Coco -. Il virus colpisce soprattutto i soggetti anziani ma stiamo vedendo che colpisce anche i soggetti giovani”.

Fabiola ci parla con voce decisa nonostante abbia appena terminato il turno di lavoro in reparto. Sono turni durissimi. Ogni mattina Fabiola si alza con la consapevolezza di dover guardare negli occhi tante persone che con molta probabilità non riusciranno a guarire. Entra in reparto bardata con una tuta idrorepellente e altri dispositivi di protezione individuale che non le consentono di entrare in contatto con i pazienti come è solita fare e anche solo dare loro una parola di conforto diventa difficilissimo. “In reparto tra i pazienti c’è confusione e tanta sofferenza – racconta -. È capitato di vedere entrare pazienti vigili e vederli morire nel giro di due o tre giorni. Molti pazienti mi sono morti tra le mani e sopportare l’idea di essere inerme non è facile . Vedo negli occhi di molti assistiti confusione e il terrore di non sapere se potranno riabbracciare i propri familiari. Muoiono soli”.

Il reparto è completamente isolato. Nessuno può entrare. Fabiola però cerca di portare un po’ di umanità tra i degenti del Covid. Quando può cerca di accontentare chi desidera rivedere – forse per l’ultima volta – i propri familiari attraverso una video chiamata. “In preda a mille ricoveri, nei momenti di pausa, cerchiamo di esaudire il desiderio dei pazienti di rivedere i nipoti o i figli”.

Ogni mattina Fabiola si sveglia, si prepara e va a lavoro con la consapevolezza che sarà un’altra giornata di guerra. Torna a casa “distrutta psicologicamente – ci dice -, triste perché vorrei dare di più ma non posso, resto insoddisfatta perché vorrei fare di più. In equipe a volte riusciamo a migliorare il quadro clinico dell’assistito, a volte no. Quando succede, il fallimento non resta in reparto ma lo porti a casa”. Tante sono le persone decedute: “Non riesco più a contarli”.

Abbiamo chiesto a Fabiola se ha paura di essere contagiata. Una domanda che si pone da quando le è stato comunicato che il reparto sarebbe stato trasformato per accogliere i pazienti positivi al Covid. “La paura c’è ma sono anche contenta perché so che tornando a casa non posso contagiare i miei familiari. Torno a casa stanca, distrutta psicologicamente ma quanto meno so che non metto a rischio i miei familiari. La paura c’è ma prevale la mia tendenza ad aiutare gli altri. Non siamo missionari ma abbiamo giurato di essere presenti in qualsiasi situazione di emergenza. C’è la paura ma viene superata dal dovere dell’essere infermiere”.

La famiglia di Fabiola da Monreale la chiama ogni giorno. Il padre le chiede sempre se è abbastanza protetta durante il turno in reparto, se indossa la mascherina, i guanti. “Sono preoccupati per il mio stato di salute ma io cerco di smorzare la tensione dicendo che andrà tutto bene e li esorto a rimanere a casa”.

L’appello di Fabiola, infermiera in trincea dall’ospedale di Parma, da dove passano decine di contagiati, dove i morti non si riescono più a contare è uno solo “rimanete a casa”. “Vorrei che queste mie parole, parole di una semplice infermiera trapiantata a Parma, che non pensava di vivere una situazione del genere, arrivassero al cuore dei cittadini monrealesi e siciliani. Dobbiamo rimanere a casa e fare un piccolo sacrificio per il bene di tutti”.

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