“Mattia è gay” ma “Chi tace è complice”, a Monreale la strada è ancora in salita

Dall'episodio della scritta omofoba comparsa a Monreale, una profonda riflessione

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Pubblichiamo una riflessione del monrealese Manuel Croce. Nella giornata internazionale contro l’omolesbobitransfobia, ci ricorda come la strada verso l’affermazione piena dei diritti sia ancora lunga e in salita. Dall’episodio della scritta omofoba comparsa a Monreale, una profonda riflessione.

Egregio Direttore,

alcuni giorni fa non è sfuggita alla mia attenzione l’articolo che il suo giornale ha pubblicato a proposito della scritta “Mattia è gay”, che sembrerebbe essere apparsa subito dopo i festeggiamenti del santo Protettore della cittadina normanna. Lei ha posto l’attenzione su una tematica molto delicata, l’omofobia: l’odio contro i gay. 

Ma chi è Mattia? E quale la sua colpa? Letteralmente quelle parole significano: “L’orientamento sessuale di Mattia è omo”. Voglio essere ancora più schietto nell’interpretazione, perché le parole hanno un peso, e l’ho imparato a mie spese: “A Mattia non piace andare a letto con le ragazze”. Questa è omofobia, perché alcuni pensano che nascere omosessuali sia una colpa. E questa colpa ti si appiccica sulla pelle come un tatuaggio, non si cancella più. Lo nascondi per non farlo vedere, e quando chi ti vuole bene se ne accorge, ti abbraccia per vicinanza e protezione. Allora piangi, ti commuovi perché fuori dalla tana in cui ti sei rinchiuso, fra silenzio e buio per far coesistere la realtà sociale e la tua natura, ti accorgi che non esistono solo i lupi. 

Questi ultimi anni sono stati duri per me, difficilissimi. Ho passato molto tempo a rispondere ai giornali, parlare in tv del pregiudizio che si ha nei confronti della comunità LGBT, spiegare i vari punti del progetto di legge che porta la firma di Alessandro Zan, con cui ho parlato giorni prima che in Senato assistessimo alla scempiaggine di un plauso fragoroso, indegno di un paese civile. E inoltre, ho risposto a tantissimi ragazzi, molti dei quali sono stati vittime di branchi di giovani, giovanissimi che gli urlavano contro: “Sei gay!”.

Tra questi c’è un ragazzo che non ha più i genitori. Ha trent’anni. La mamma è deceduta quando era bambino, neanche parlava. Il padre si è risposato con un donna che non lo trattava come figlio, e quando ha fatto coming out, ovvero ha detto di essere gay, persino l’unico fratello di sangue ha smesso di considerarlo. Adesso vive in una città diversa da quella in cui è nato e vissuto, lontano dai brutti ricordi e dalla tomba di una madre che avrebbe potuto proteggerlo. La sua è una vita tremendamente segnata dal destino, con problemi psichici che lo costringono a seguire una cura farmacologica per non soccombere alla depressione conclamata, e con cui convive prendendo un misero assegno di accompagnamento. Sa, caro Direttore, per uno strano caso questo ragazzo si chiama Mattia e non ha mai pronunciato la parola mamma.

Oggi è la giornata internazionale contro l’omolesbobitransfobia. Il 17 maggio di ogni anno si celebra questa giornata di memoria, quando nel 1990 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha debellato l’omosessualità dalla lista delle malattie mentali. 

Adesso, Direttore, vorrei conoscere questo Mattia di Monreale, parlargli, dirgli che lui non è solo gay – ammesso e concesso lo sia – bensì un essere un umano che merita rispetto, e non il silenzio di chi dovrebbe indignarsi. Perché chi tace è complice, non gay. 

 

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