
Giacomo Miceli, padre di Andrea e zio di Salvatore Turdo, sopraffatto dal dolore, ha espresso tutta la sua angoscia all’uscita della camera mortuaria dell’ospedale Civico di Palermo dove il giovane monrealese è morto dopo la sparatoria di via Benedetto D’Acquisto.
Giacomo Miceli, padre di Andrea e zio di Salvatore Turdo, sopraffatto dal dolore, esprime la sua angoscia: «Ho perso un figlio e un nipote. Sono sgomento, non ci sono parole che possano esprimere quello che stiamo provando», dice al Giornale di Sicilia. Mentre cerca di dare conforto alla moglie, che scoppia in lacrime all’uscita dalla camera mortuaria, trovando sostegno tra parenti e amici, un centinaio di persone si stringe attorno alla famiglia Miceli per l’intera giornata. Un silenzio pesante grava sull’abitazione, interrotto solo da singhiozzi sommessi. Sguardi persi e occhi gonfi dal pianto, mentre tutti cercano di comprendere la tragedia avvenuta la notte precedente.
La madre di Andrea, stringendosi al marito, grida disperata: «Di sicuro mio figlio non tornerà più». L’agghiacciante violenza dell’accaduto lascia tutti attoniti. Giacomo Miceli punta il dito contro la diffusione della violenza tra i giovani: «che ormai circola tra i giovani – dice Giacomo Miceli – e lo Stato lo permette. Se ci fossero pene più severe non si girerebbe con pistole e coltelli in tasca. Mio figlio e mio nipote erano due bravissimi ragazzi, grandi lavoratori. Erano entrambi impiegati nell’azienda di famiglia. Oggi mi chiedo se ho sbagliato io a crescere mio figlio con educazione e rispetto: mi chiedo se sia normale che bisogna avere paura di chi hai di fronte, perché questo può avere con sé un’arma che non esita a tirare fuori e utilizzare. Non ho parole per definire chi ha sparato e creato il Far West in un paese che è sempre stato tranquillo. Costituirsi? Non penso lo facciano, con che persone abbiamo a che fare?».
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